PIANTO E SONNO. COSA E’ IMPORTANTE SAPERE

pianto e sonno

 

Il pianto è sicuramente il mezzo di comunicazione più efficace di cui dispone un neonato. […] è uno stratagemma ideato dalla natura perché la prole dell’essere umano ottenga la massima attenzione: davanti a un neonato che piange non c’è persona che non entri in stato di allarme” (Rankl, 2013, 17).

Comprendere il pianto di un neonato non è facile, nonostante ci si aspetti che un genitore lo sappia fare dopo solo qualche settimana di vita del piccolo. Rincuoriamoci perché le ricerche dimostrano che saper riconoscere il pianto di un neonato è difficile non solo per i genitori, ma anche per i professionisti del settore.

Sicuramente l’esperienza con il piccolo ci permetterà di distinguere pian piano quando il nostro cucciolo piange per fame, perché è stanco, perché ha bisogno di essere cambiato, ecc. Il pianto del bambino attiva l’adrenalina e uno “stato di allarme” nei genitori, costringendoli a cercare una soluzione.

Proverò a rispondere ad alcune domande sul perché i bambini in alcuni periodi di vita sembrano piangere di più e su cosa è possibile fare per prevenire i più “comuni” e prolungati momenti di pianto.

Perché i bambini piangono

  1. Pianto come difesa dagli stimoli esterni. Generalmente le crisi di pianto più significative nei bambini si riscontrano intorno alla sesta, settimana di vita. Fino a questo momento il piccolo ha a disposizione efficacissime strategie difensive per proteggersi dagli stimoli esterni. La prima di queste è il sonno. Dormendo praticamente quasi di continuo il piccolo ha la possibilità di “staccare la spina” e di garantirsi una formidabile protezione dalle sollecitazioni visive e acustiche che lo circondano. Inoltre grazie alla vista molto miope e presbite i piccoli possono difendersi dagli stimoli visivi mantenendo una buona vista solo ad una distanza di circa 25 cm, proprio quella del volto del genitore che lo tiene in braccio. Trascorse le prime sei settimane di vita i periodi di veglia cominciano ad aumentare e la vista inizia ad essere migliore. Non è un caso che proprio in questo periodo le crisi di pianto raggiungano l’apice; le strategie difensive legate al sonno e alla vista vengono meno a favore di una maggiore recettività delle situazioni che lo circondano. Il piccolo viene così inondato da emozioni e stimoli esterni che potrebbe fare fatica a gestire.
  2. Pianto come mezzo di “scarico”. Il pianto, che spesso si osserva a fine giornata nei neonati, può essere dovuto alla necessità di un sistema nervoso ancora immaturo di scaricare le tensioni accumulate durante il giorno.
  3. Pianto da “colica”. Le coliche si presentano generalmente a partire dalla seconda settimana, raggiungono l’apice alla sesta e generalmente scompaiono verso i 3-4 mesi. I piccoli si contorcono, emettono smorfie, hanno il viso paonazzo e piangono di continuo. Questi episodi sono più frequenti nelle ore serali. Rispetto alla questione delle coliche c’è da fare un appunto. Il pianto da colica non si presenta in tutti i bambini, nonostante ad un esame radiografico l’addome dei bambini soggetti alle coliche non mostra nessuna differenza rispetto a quello dei piccoli che manifestano le coliche. Questo ci porterebbe a supporre che la sensibilità dei piccoli nel percepire il “normale” riflesso gastrocolico è differente. 

“Sopravvivere” alle crisi di pianto di un bambino

– Imparare dagli errori. Se i tentativi di acquietamento sembrano vani non disperiamoci, in fondo sono gli “insuccessi” a dettare il miglior insegnamento. L’errore ci spinge a fare un passo indietro, a riflettere e a osservare più attentamente ciò che accade per trovare una nuova e più efficace soluzione.

– Ridurre le sollecitazioni. Un tempo i piccoli venivano molto salvaguardati dagli stimoli esterni: si usavano veli per proteggere le culle e si usciva meno di casa. Oggi, al contrario, l’idea è che i neonati si debbano abituare “subito a tutto”. I nomadi e molti altri genitori di culture diverse dalla nostra portano i piccoli con sé fin dalla nascita proteggendoli dagli stimoli esterni tenendoli attaccati al proprio corpo. Il nostro modo di portare in giro i piccoli è molto diverso. Gli ambienti a cui li esponiamo sono ricchi di luci a neon e a led, musica alta e gli spazi in cui si passeggia sono spesso quelli di un centro commerciale. Tali situazioni creano un sovraccarico di stimolazioni a cui molti neonati rispondono con segni di agitazione e di pianto. Nei primi periodi di vita sarebbe bene evitare troppe sollecitazioni, l’esposizione prolungata a luci artificiali, la presenza di molte persone contemporaneamente. Usciamo di giorno tenendo i piccoli protetti e a casa limitiamo le visite, dando priorità alla tranquillità del nostro cucciolo.

– Intervenire in modo paziente e calibrato.  Mostriamoci calmi durante i momenti più critici della giornata evitando di intervenire in modo “assillante” nel tentativo di trovare una soluzione al pianto ad ogni costo. Chi si presta a calmare il piccolo non dovrebbe guardarlo, dondolarlo o parlargli contemporaneamente. Sarebbe preferibile optare per una sola modalità alla volta, in modo calmo e misurato. Inoltre un continuo e pressante intervento del genitore rischia di interferire con gli schemi autoconsolatori del bambino che pian piano iniziano a costituirsi. Sarebbe bene alternarsi nel tenere il piccolo in braccio quando piange, attraverso turni di 10 minuti, per esempio. Chi si riposa dovrebbe uscire dalla stanza in cui il bambino piange, in modo da recuperare energia e pazienza.

– Tenere i piccoli a contatto. Alcune popolazioni, come per esempio i balinesi, tengono i bambini attaccati al loro corpo per molti giorni dopo la nascita. In questa popolazione il fenomeno delle coliche non esiste. Questo importante dato ci spinge a supporre che tenere i piccoli a contatto permetta loro di non avvertire disagi in alcuni momenti critici della giornata. Il consiglio è pertanto quello di provare ad usare fasce e marsupi ergonomici portabebè per cercare di proteggere il piccolo da stimoli interni ed esterni. Un tempo le nostre nonne fasciavano i neonati per assicurare loro contenimento. Questa procedura nel tempo si è persa, ma credo che il principio del contenimento fisico valga oggi come ieri.

– Creare un ambiente contenuto durante il sonno. Sentire i confini dello spazio per un neonato è fondamentale. Abituato alle ristrettezze dell’utero materno un letto troppo grande e senza limiti definiti potrebbe farlo sentire sprotetto. Possiamo perciò porre all’interno del lettino cuscini per l’allattamento (del tipo “salsicciotto”), coperte arrotolate in modo che la testolina e le braccia vi aderiscano.

– Calmare il piccolo attraverso la suzione. Per un bambino piccolo succhiare è una delle poche possibilità che ha a disposizione per tranquillizzarsi. Succhiare è un bisogno naturale, particolarmente presente per tutto il primo anno di vita. La suzione può essere favorita in diversi modi: attraverso la poppata, incoraggiando il piccolo a succhiare il dito o a prendere il succhiotto. Senza entrare nel merito della questione del succhiotto o del dito, alquanto dibattute e controverse, è bene sapere che insieme alla poppata rappresentano modalità consolatorie molto efficaci per i piccoli.

– Assicurare al piccolo una presenza costante durante le sue fasi di pianto. Non intervenire quando un bambino piange può alimentare nel piccolo sentimenti di sfiducia nella sua capacità di richiamare l’attenzione dell’adulto. Se vogliamo che i nostri piccoli imparino a calmarsi da soli dobbiamo fin da subito prestare loro le attenzioni di cui necessitano. Pian piano, grazie ad un adulto che interviene prontamente, impareranno a sviluppare modalità consolatorie sempre più autonome.

Qual è la tua esperienza con il pianto del tuo bambino? Quali modalità consolatorie hai sperimentato? Se vuoi lascia un commento!

Bibliografia

Brazelton T.B. (2017), Il bambino da 0 a 3 anni. Monza, Rizzoli.

Rankl C. (2013), Così calmo il mio bambino. Milano, Feltrinelli.